Bolero

Maurice Ravel (Ciboure 7 marzo 1875, Parigi 28 dicembre 1937).


Nel 1928 un forte richiamo spagnoleggiante caratterizzò l'estro compositivo di Maurice Ravel. All’origine della composizione di Bolero vi è una richiesta avanzata nell’estate di quell'anno dalla ballerina Ida Rubinstein la quale si era fatta avanti con Ravel per le musiche di un balletto, basato su alcune pagine tratte dalla raccolta pianistica Iberia di Isaac Albéniz.
Inoltre quel periodo venne trascorso dal compositore in Spagna, presso la casa di un pianista e compositore cubano di nome Joaquín Nin, sulla costa basca, a Saint-Jean-de Luz, la terra in cui Ravel sentiva da sempre di affondare le sue radici.
Tuttavia il progetto sulle musiche di Albeniz non andò più in porto dato che l’orchestrazione di Iberia era già stata assegnata, con tanto di esclusiva, a tale Enrique Arbós il quale, tuttavia, appena bolero_2venuto a conoscenza della presenza di Ravel come suo possibile antagonista, lasciò a lui il progetto. Ravel aveva già un’altra idea, e il suo desiderio di musica spagnola stava prendendo l’aspetto del Boléro. A questo riguardo così si esprimeva: «Nessuna forma nel vero senso della parola, nessuno sviluppo, nessuna o quasi nessuna modulazione; un tema simile a quelli di Padilla (il volgarissimo autore di Valencia), ma solo ritmo e orchestra».
Accantonato dunque il progetto di Iberia, Ravel ideò: una «tessitura orchestrale senza musica», stando alle parole dello stesso autore, che doveva ripetere insistentemente un paio di temi - molto simili -, aggiungendo via via tutte le voci dell’orchestra, fino a raggiungere un roboante effetto di insieme. «I temi sono del tutto impersonali», tenne a precisare Ravel, perché l’interesse della pagina risiede interamente nel timbro, una sorta di magma in continua evoluzione, da seguire con quello stordimento allucinogeno che può solo produrre un ritmo (quello di bolero appunto) ostinato e inarrestabile dalla prima all’ultima nota.

La prima esecuzione di Bolero all’Opéra di Parigi, il 22 novembre del 1928, nella versione danzata da Idabolero Rubinstein, fu poco più che un successo di stima; ma fu in sala da concerto, e ancor più in sede discografica, che il Boléro seppe raccogliere un successo senza precedenti (ben 25 incisioni nel giro di soli dieci anni).
La pagina trasforma l’orchestra in un vero e proprio "palcoscenico vivente". Sebbene l'organico sia molto esteso Ravel, da formidabile orchestratore qual era (ricordiamo una per tutte la magnifica trascrizione per orchestra dei Quadri di un'esposizione di Moussorgsky),  riesce a far risaltare i singoli strumenti che si susseguono in un' esposizione e riesposizione dei temi musicali in un crescendo per sovrapposizione di timbri sonori.  I due temi melodici, oltre al tema ritmico, vengono ripetuti innumerevoli volte differenziandosi ogni volta per timbro strumentale. Anche il ritmo di Bolero, affidato dall'inizio alla fine al tamburo rullante, viene continuamente modulato con l'affiancamento dei vari  strumenti d'orchestra. Il tutto comporta la creazione di una straordinaria tavolozza pittorica di rara bellezza sonora.    
Il ripetitivo susseguirsi del medesimo materiale ritmico e melodico variato dall'utilizzo sempre diverso degli strumenti orchestrali, viene improvvisamente interrotto nella parte finale da una modulazione del brano alla lontana tonalità di MI Maggiore, dall'originario Do Maggiore. Un colpo di genio raveliano che trova il sistema per trovare una via d'uscita ad un flusso musicale costante e crescente ormai arrivato al colmo, risvegliando dal sogno l’ascoltatore ormai inebriato dai fumi del convulso susseguirsi delle note su un ritmo ostinato delle percussioni e dei bassi. Subito dopo con i quattro glissandi dei tromboni, in un dionisiaco ed irrefrenabile coinvolgimento dell’intiera orchestra, il brano trova la sua degna conclusione culminando nello spettacolare e pirotecnico finale che esalta e gratifica l'ascolto dei quindici minuti di una musica trascinante ed irripetibile.